FUNZIONE
LIBERATRICE DELLA FILOSOFIA
Introduzione
al pensiero filosofico di Ignacio Ellacuría
Calogero CALTAGIRONE*
Premessa
L’originalità del pensiero filosofico di Ignacio
Ellacuría,[1]
purtroppo, non è ancora venuta, pienamente, alla ribalta perché, a differenza
della sua produzione teologica e dell’analisi socio-politica, la maggior parte
della produzione filosofica è rimasta inedita per molto tempo. Questa
situazione, che ha creato una certa difficoltà nel cercare di sistematizzare e caratterizzare ciò che è
proprio della riflessione filosofica sviluppata da Ellacuría,[2]
si è protratta fino alla pubblicazione postuma, nel 1990, del volume intitolato
Filosofia della realtà storica.[3]
Con la pubblicazione
di quest’opera, le difficoltà interpretative circa lo sviluppo e la
sistemazione del pensiero filosofico di Ellacuría hanno trovato una chiave
ermeneutica fondamentale in grado di concentrare attorno ad una unità tematica
strutturale dalla cui articolazione si snoda la riflessione filosofica
ellacuriana.[4] Infatti,
Ignacio Ellacuría, ispirandosi alla struttura metafisica fondamentale della
filosofia di Xavier Zubiri, con il quale preparò e discusse, nel 1965, la sua
dissertazione dottorale nella Università Complutense di Madrid, individua come
principio archittettonico del suo impianto filosofico la nozione di realtà
storica che, in quanto tale, è, secondo gli sviluppi della metafisica
zubiriana, una unità strutturale, dinamica e aperta. Poiché tutta la realtà
forma una sola unità e tutta questa realtà è la storia, Ellacuría, realizzando
il passaggio dalla filosofia della realtà di Zubiri alla filosofia della realtà
storica, afferma che la realtà storica costituisce l’oggetto della filosofia
sulla base del quale sviluppare un filosofia della liberazione all’altezza dei
tempi e rispondente alle reali esigenza del popolo latinamericano. Questo
perché nella storia, a giudizio di Ellacuría, si dà una crescita di libertà
attraverso un processo di liberazione progressiva dalla natura e da tutti i
tipi di condizionamento materiale, sociale e politico. In questo modo, secondo
Ellacuría, la filosofia deve essere situata storicamente e necessariamente
implicata con quelle dinamiche della storia che portano le maggiori possibilità
di liberazione. Le motivazioni di questa necessità non risiedono in ragioni di
carattere etico o sociologico, ma sono richieste da ragioni di carattere
epistemologico e metafisico, perché la storia non è solo il luogo dove gli
esseri umani sono quello che sono e dove l’umanità si va facendo nella sua
unità, ma è l’attualità ultima dell’apertura e della realizzazione
trascendentale della realtà, apertura e realizzazione che rimane in mano
esclusivamente all’attività umana e che si può creare nella storia a partire
dal processo di appropriazione e di attualizzazione delle possibilità. In
questo senso, il darsi della realtà nell’ambito della storia sta vincolato al
grado di libertà e umanizzazione che ottengono gli esseri umani. Nel processo
di umanizzazione e personalizzazione degli individui e dei gruppi umani si
gioca la rivelazione e la relazione trascendentale della realtà, per cui nel
problema umano e nella sua risoluzione nella storia si gioca la pienezza della
totalità della realtà. In questo modo, tutta la produzione filosofica di
Ellacuría, tesa a impostare una filosofia della liberazione, trova la sua unità
proprio nella elaborazione di una filosofia della realtà storica.[5]
Tenendo presente
questa importante caratterizzazione del pensiero ellacuríano nella sua
globalità, il presente lavoro intende presentare le tappe della riflessione filosofica di Ellacuría,
che, nella elaborazione della filosofia della realtà storica e trovando in essa
la base incontestabile, è concentrata a sviluppare una filosofia della
liberazione latinoamericana rispondente alle esigenze dei tempi e alle
situazioni reali della vita concreta.
Un problema interpretativo
Quando ci si appresta
ad analizzare le tappe dello sviluppo riflessivo di Ellacuría ci si trova
subito dinanzi ad un «conflitto di interpretazioni», che risente, ovviamente,
dello stato della conoscenza, al momento in cui vengono formulate le ipotesi,
dei documenti editi e inediti dell’autore. Ciò comporta una continua
riorganizzazione interpretativa sempre aperta funzionale alla riarticolazione
significativa di tutto il materiale a disposizione in grado di rendere conto
della complessità ed originalità del pensiero ellacuríano.
Roberto Valdés,
basando la sua interpretazione su un testo che ha trovato nell’archivio di
Ignazio Ellacuría il cui contenuto si riferisce alla problematica della
filosofia cristiana, articola l’evoluzione del pensiero ellacuríano in due
tappe. Una che va dal 1955 al 1967, nella quale il filosofo latinoamericano
cerca di costruire una nuova filosofia cristiana, realizzata dapprima attraverso
la sintesi tra la scolastica e il vitalismo e in seguito assumendo come base la
filosofia di Zubiri. Un’altra che va dal 1967 al 1972 nella quale la ricerca
filosofica si trasforma in ricerca teologica sviluppata all’interno della
teologia della liberazione.[6]
Jorge Alvarado
distingue tre tappe. Una prima tappa, dal 1952 al 1958, influenzata dalla
filosofia neoscolastica e dal pensiero di Bergson e Ortega y Gasset; una
seconda tappa, dal 1958 al 1962, influenzata dal pensiero di Karl Rahner, da Heidegger
e dall’esistenzialismo; una terza tappa, dal 1962 al 1989, caratterizzata
dall’influenza zubiriana, con tre fasi: 1) appropriazione della filosofia
zubiriana, dal 1962 al 1968; 2) formulazione della sua filosofia della realtà
storica e di una teologia politica, dal 1969 al 1983; 3) e formulazione di una
teologia della liberazione intesa come soteriologia storica dal 1983 al 1989. A
proposito di questa proposta, Hector Samour fa notare che tale articolazione
presenta una esclusiva segnalazione delle influenze che ha subìto il pensiero
di Ellacuría, ma non si preoccupa di esplicitare e di caratterizzare né la sua
genesi né la sua trasformazione attraverso i diversi momenti delle fasi.
Inoltre fa notare che la pretesa di periodizzare nello stesso schema di
sviluppo il pensiero filosofico e quello teologico di Ellacuría non lo ritiene
un procedimento adeguato in quanto porterebbe ad avere una visione distorta
dell’evoluzione filosofica. Per Hector Samour, «questo non significa affermare
che lo sviluppo della sua filosofia non influenza quello della sua teologia o
che non si dà una unità reale in tutte le dimensioni della sua ricerca
intellettuale, ma semplicemente indicare che l’analisi rigorosa dell’evoluzione
del suo pensiero filosofico esige di limitarsi a questo ambito specifico, senza
che questo sia di ostacolo alla possibilità di stabilire nelle analisi le
relazioni e i vincoli che mantiene con gli altri ambiti e livelli della sua
attività intellettuale».[7]
Questa convinzione viene rafforzata dal fatto che uno dei campi che ha una
maggiore relazione con la filosofia della realtà storica e lo sviluppo della
teologia della liberazione, nelle quali sono evidenti molte delle tesi
filosofiche centrali di Ellacuría applicate nel fondamento filosofico del suo metodo
o utilizzate nella formulazione delle sue concezioni fondamentali sulla
storicità della salvezza e della salvezza come liberazione.[8]
Rolando Alvarado
stabilisce due momenti fondamentali della ricerca filosofica di Ellacuría per
permettere di comprendere l’insieme del suo progetto filosofico: 1) la
liberazione dall’idealismo che ha dominato la filosofia occidentale, grazie
alla filosofia di X. Zubiri, 2) l’apporto alla elaborazione di una filosofia
della liberazione latinoamericana.[9]
Secondo questo interprete, il pensiero filosofico di Ellacuría è l’espressione
del dinamismo continuo dei due momenti, all’interno dei quali l’influenza del
pensiero filosofico di X. Zubiri sarebbe un orientamento generale teso al
superamento dell’idealismo concretato in cinque modalità concettuali: «la
reificazione dell’ente, l’intelligibilità del logos, la reintegrazione e
storicizzazione dell’uomo, la denaturalizzazione della storia e la
desoggettivizzazione di Dio nella fondazione della prassi umana».[10]
Sulla base di questa impostazione di fondo, Alvarado propone di segmentare lo
sviluppo del pensiero filosofico di Ellacuría in due tappe: una prima, che va
dal 1962 al 1972, caratterizzata dalla ricerca, appropriazione e diffusione
della filosofia di X. Zubiri, vincolata al momento del superamento zubiriano
dell’idealismo; una seconda, che va dal 1972 al 1989, nella quale Ellacuría
offre il suo pensiero maturo che si concreta nella proposta di una filosofia
della liberazione.[11]
In relazione a questa
proposta interpretativa, Héctor Samour, precisando che il tentativo di Rolando
Alvarado ha «il merito di dare una
chiave per leggere e interpretare l’insieme del pensiero filosofico di
Ellacuría e di far risaltare il superamento dell’idealismo come uno delle
influenze più decisive della filosofia di Zubiri nella conformazione del suo
pensiero»,[12]
puntualizza che «l’uso critico di questa tesi e l’utilizzazione del metodo
filosofico zubiriano sono gli aspetti che Ellacuría considera idonei per fare
filosofia in America latina e per affrontare filosoficamente i problemi che
pone la sua situazione storica».[13]
Antonio González Fernández,
sostiene che il progetto di filosofia della liberazione di Ignacio Ellacuría
risponde a una evoluzione molto precisa del suo pensiero. Una prima fase nella
quale l’opera di Zubiri costituisce quasi sicuramente l’oggetto delle sue
ricerche e nella quale scopre la possibilità di una dialogo profondo e creativo
con il marxismo, soprattutto il materialismo dialettico di Engels. Una seconda
tappa nella quale la posizione di Ellacuría si radicalizza passando ad un
livello più profondo. Mentre nella prima tappa Ellacuría cerca di elaborare un
nuovo materialismo mediante la formulazione di una realismo materialista
aperto, nella seconda egli supera questa prospettiva naturalista per puntare
sulla attività storica come oggetto e punto di partenza di una filosofia con
intenzione liberatrice.[14]
Héctor
Samour, ribadendo che uno dei problemi
principali per periodizzare, caratterizzare e interpretare l’evoluzione del
pensiero filosofico di Ellacuría è dovuto al fatto che solo da pochi anni si
sono conosciuti i molti scritti filosofici inediti e i testi dei corsi che
Ellacuría impartiva nella Università Centroamericana di El Salvador durante gli
anni settanta,[15]
precisando che nella evoluzione filosofica di Ellacuría, specificamente a
partire dal suo incontro con la filosofia di X. Zubiri, si dà una continuità
fondamentale nel suo pensiero in virtù della quale molte delle tesi di una
tappa si mantengono nella seguente, e sono, dunque, assunte in una prospettiva
e in una impostazione sempre nuova,[16]
e affermando che nella interpretazione del pensiero di Ellacuría bisogna tenere
in conto che, per questo filosofo, la filosofia non è un mero processo
intellettuale né il prodotto di una dialettica concettuale, estrinseca alla
propria vita di filosofo, ma il prodotto di una intelligenza compromessa
vitalmente ed esistenzialmente con la rivelazione e realizzazione della verità
nella realtà sociale e storica nella quale è situata,[17]
propone di articolare lo sviluppo del pensiero filosofico di Ellacuría, in
quattro tappe. La prima, che dal 1954 al 1962, caratterizzata principalmente
dallo sforzo di costruire una filosofia che andasse al di là dei modelli
scolastici nei quali si era formato, nella quale Ellacuría, cercando di
costruire una filosofia all’altezza dei tempi meno intellettualista, meno
astratta e con un profondo sentimento etico, si confronta sia con il modello
filosofico scolastico, che gli appare troppo speculativo e dogmatico, incapace
di dare conto della realtà concreta e esistenziale della realtà umana e dei
suoi problemi, sia con le moderne correnti esistenzialiste e vitaliste che gli sembrano capaci di affrontare
vitalmente la problematica esistenziale dell’uomo contemporaneo.[18]
In questa tappa, lo sforzo intellettuale di Ellacuría è quello di sintetizzare
il pensiero scolastico e il vitalismo di Ortega y Gasset. Per Héctor Samour,
«l’importanza di questa tappa consiste
nel fatto che in essa si incontrano le radici della filosofia matura di
Ellacuría, così come i temi e gli interessi filosofici che stanno alla base
della sua ricerca filosofica posteriore e che lo condurranno ad assumere la
filosofia di Zubiri come base della sua riflessione filosofica. Tra questi si incontrano:
la necessità di una fondazione filosofica dell’apertura umana alla
trascendenza, la visione dell’essere umano come natura e storia, la ricerca di
una visione unitaria e aperta della totalità della realtà e l’orientamento
verso la storicità come luogo di rivelazione e di compimento della realtà.
D’altra parte, già da qui Ellacuría sviluppa una serie di idee e tesi che non
subiranno alcuna variazione nella sua evoluzione filosofica. La filosofia come forma di vita, la filosofia
come sapere sistematico, radicale e ultimo, il carattere liberatore della
filosofia e l’importanza della metafisica della storicità, sono tutti luoghi di
questa tappi che permarranno come una costante nello sviluppo del suo
pensiero».[19]
Una
seconda tappa, che va dal 1963 al 1971, è caratterizzata per il suo
approfondimento della filosofia di Zubiri e per le sue ricerche nel campo della
storia della filosofia. Nella filosofia di Zubiri, Ellacuría scopre le
potenzialità per costruire una metafisica della realtà, capace di superare
l’idealismo della filosofia moderna e il realismo della filosofia classica,
come fondamento per formulare un «realismo materialista aperto o trascendente»
con il quale spiegare il carattere materiale aperto della totalità della realtà
cosmica la cui massima realizzazione e manifestazione si concreta nella realtà
umana nel suo processo sociale e storica, per cui la vita umana, nella sua
biografia e nella sua storia, è la realtà nella sua ultima concrezione e
totalità dinamicamente considerata.[20]
In questa fase, per Ellacuría la realtà non ricade nel naturalismo in quanto
egli non intende spiegare la natura senza fondare metafisicamente la realtà
umana come forma suprema di realtà intramondana; una realtà che è
intrinsecamente dinamica e che risponde ad un ordine trascendentale fisicamente
aperto.[21]
Nella
terza tappa, che va dal 1972 al 1981, nella quale si produce una
radicalizzazione dell’impostazione anteriore che si concreta nella proposta di
una filosofia politica il cui oggetto e punto di partenza deve essere la storia
in quanto questa è la rivelazione della realtà totale, Ellacuría riflette sulla
possibilità della politicità della filosofia con l’obiettivo di renderla
effettiva nel momento socio-storico dell’America Latina. Per Ellacuría la
corretta politicizzazione della filosofia deve consistere nella possibilità di
contribuire con la sua propria specificità alla trasformazione del mondo nella
quale sta situata storicamente con il fine di realizzare una liberazione della
natura e della vita personale.[22]
Nella
quarta tappa, dal 1982 al 1989, caratterizzata principalmente dalla
formulazione esplicita del suo progetto di filosofia della liberazione sulla
base della filosofia della realtà
storica, Ellacuría costruisce una filosofia nel suo livello formale in
relazione con la prassi storica di liberazione e degli oppressi come soggetti
di questa prassi.[23]
Questa realtà, intesa come totalità dinamica è prassi che è una totalità attiva
immanente perché il suo fare e il suo realizzarsi restano dentro la stessa
totalità unica del processo. Sotto questo profilo, la filosofia è un momento
teorico specifico di questa prassi storica che può orientarsi verso una
riflessione critica e sistematica o verso un puro riflesso della stessa prassi.
Rimanendo fedele al suo statuto epistemologico la filosofia, evita di
trasformarsi in ideologia, mantiene una connotazione critica, sistematica e
creatrice, e si costituisce in funzione liberatrice, tanto nella dimensione
critica, quanto in quella creatrice, partecipando nella prassi storica di
liberazione.[24]
Con
questo sforzo riflessivo Ellacuría cerca di elaborare una filosofia della
liberazione in prospettiva latinoamericana che non significa però la ricerca di
caratteristiche peculiari o esclusive di una «Filosofia Latinoamericana», così
come si è sempre inteso tradizionalmente,[25]
ma attualizzare, in una determinata e in una situazione concreta, gli
obiettivi, le funzioni e le caratteristiche proprie di una filosofia rigorosa
che chiede di essere all’altezza dei tempi e contribuisce alla realizzazione
della verità e della libertà nella storia.
La funzione
liberatrice della filosofia
Radici
zubiriane del pensiero di Ellacuría
Il pensiero filosofico di Ignacio
Ellacuría costituisce un referente singolare in un contesto sociale storico e
concreto come quello dell’America Latina, perché rivela come la struttura
formale dell’intelligenza e la sua funzione logica non è tanto solo la
comprensione dell’essere o capire il sentimento delle cose o della vita, quanto
anche apprendere la realtà e confrontarsi con essa, per impegnarsi in essa e
trasformarla.
Organizzando
il suo pensiero attorno alle suggestioni provenienti dalla filosofia di X.
Zubiri, il quale diviene il suo referente principale, Ellacuría dà una unità
teorico-pratica allo sviluppo del suo filosofare e si impegna a costruire una
filosofia della liberazione latinoamericana, sulla base della filosofia
zubiriana, in grado di porsi al servizio delle necessità dei popoli
latinoamericani e del Terzo Mondo in generale.[26]
Infatti,
scoprendo nella filosofia di X. Zubiri, le basi per formulare un nuovo tipo di
filosofia realista caratterizzata da una nuova idea della realtà e da una nuova
idea dell’intelligenza, in grado di superare radicalmente il «riduzionismo
idealista», nel quale è incorsa molta parte della filosofia contemporanea, che
ha avuto come esito le due deviazioni della «logificazione dell’intelligenza»[27]
e l’«entificazione della realtà»,[28] interpretando la filosofia zubiriana come una
critica totale contro queste deviazioni e valorizzando tutto il potenziale
riflessivo insito in questa forma di filosofare per lo sviluppo di una
filosofia della liberazione,[29] Ellacuría
trova nella «nozione di realtà storica», intesa in tutta la sua unità e
complessità e compresa come la massima manifestazione della realtà in quanto
tale, l’oggetto della filosofia della liberazione.
Per
Zubiri, che propone una nuova teoria della realtà de-entificata nella sua opera
Su l’Essenza e una nuova teoria
dell’intelligenza, sviluppata nella trilogia della Intelligenza sentiente,[30]
l’oggetto della filosofia è il tutto della realtà dinamicamente considerato,
costituendo, così, uno dei perni fondamentali della filosofia zubiriana. La
realtà è, secondo Zubiri, ciò che l’intelligenza apprende direttamente e
immediatamente in ciascuna cosa, per questo la realtà appresa in questa sua
formalità, lo apprende precisamente come realtà, includendo l’atto stesso
dell’apprensione. La realtà, dunque, ha sempre la priorità, è quel «prius» di
cui parla Zubiri. Infatti, in primo luogo, essa è quella formalità per la quale
le cose sono apprese come reali, questo è, come «de suyo».[31]
In secondo luogo, questo «de suyo», la realtà come formalità di apprensione, è,
a sua volta, il «proprium» della cosa appresa. In altri termini, per Zubiri, la
realtà è così un «prius» nell’apprensione stessa. L’unità dei due versanti
della realtà non è altro che l’unità della «noergia» intellettiva. Si tratta di
una unità complessa che in forma analoga alla intenzionalità fenomenologia
possiede un momento noetico e un momento noematico i quali consentono di
comprendere il termine realtà sia dal punto di vista delle «cose reali», sia
dal punto di vista della «intelligenza senziente».[32]
In questo modo sentire e «intelligere» umano non solo non si oppongono, ma si
costituiscono nella loro intrinseca e formale unità in un solo e unico atto di
apprensione della realtà, nella quale sono inclusi, il materiale, il biologico,
lo psicologico, il personale, il sociale, il politico, l’ideologico, ecc., e
costituisce il luogo in cui tutte queste forme di realtà acquistano concrezione
reale e senso.[33]
Da
questo punto di vista, per Zubiri, poiché la realtà si impone all’intelligenza,
in quanto ha una forza di imposizione per il suo carattere «de suyo», e l’intelligenza,
da parte sua, non sta sottomessa alla «suità» del reale, in quanto ha la
capacità di opzione, realtà e intelligenza conservano una relazione molto
speciale, totalmente aliena dalle visioni deterministe o razionaliste.[34]
Infatti, non c’è una realtà in sé, così come la «cosa in sé» de sistema
kantiano, ma c’è una realtà che si dà, intesa come struttura di possibilità, in
relazione con la intelligenza. Dato che l’intelligenza è senziente e il sentire
intellettivo, l’uomo, proprio questa intelligenza senziente, sente
impressivamente la trascendentalità della realtà, ala rispettività del reale e
la realizzazione della rrealtà mondana che è l’essere. Nella intelligenza
senziente, cioè, l’uomo si apre al trascendentale, al reale in quanto reale,
per stare nella realtà, in quanto formalità trascendentale.
Per
Zubiri, in quanto struttura trascendentale, la realtà è dinamica, in perenne
trasformazione, perché la trasformazione della realtà significa una «dare più
di sé», è, cioè, l’apparizione di nuove e più radicali forme di realtà.[35]
Infatti, intesa come struttura dinamica, la realtà si presenta in una costante
innovazione in quanto realtà, è un sistema sempre aperto, perché non è
possibile dedurre a priori quello che la realtà può dare di sé, e perché ogni
nuova forma di realtà che può apparire condurrà ad un nuovo modo di realtà.
Sotto questo profilo, Zubiri vede la realtà unitariamente, come una totalità
unificata e strutturata dinamicamente aperta in un dinamismo aperto con tutto
il carico di storicità che questa realtà umana sperimenta e concreta
nell’apertura a nuove dimensioni del reale.[36]
Assumendo e utilizzando positivamente
le tesi epistemologiche, antropologiche e metafisiche della filosofia
zubiriana, Ellacuría spiega la struttura e il dinamismo della realtà storica,
intesa come l’oggetto e il punto di partenza della filosofia della liberazione,
con l’obiettivo politico di pensare e illuminare una adeguata prassi storica di
liberazione di fronte ad altre forme di prassi politica che si erano venute sviluppando
nel continente latinoamericano tra gli anni sessanta e settanta, specialmente
l’ispirazione marxista, che a giudizio di Ellacuría risultavano parziali e
insufficienti in quanto mettevano da parte alcuni aspetti essenziali della
realtà storica che in quanto tale è una realtà strutturale, dinamica e aperta
secondo gli sviluppi del pensiero maturo della metafisica zubiriana.[37]
Filosofia
della realtà storica
Ellacuría,
pertanto, sulla base delle analisi realizzate da Zubiri sui dinamismi della
materia, le quali lo portano a concludere che nella storia si fanno presenti
tutti gli altri dinamismi del reale che emergono proprio per la storia, perché
«il mondo, la realtà in quanto mondo, è costitutivamente storica»,[38]
afferma che la realtà intramondana costituisce una totalità dinamica,
strutturale e dialettica; questa totalità è tale perché c’è un incremento qualitativo della realtà;
la realtà superiore, il di più di realtà, non si dà separata da tutti i momenti
anteriori del processo reale; si dà, poi, un più dinamico di realtà, da, in e
per la realtà inferiore, di modo che questa si fa presente in molti modi e
sempre necessariamente nella realtà superiore; questo stadio ultimo della
realtà, nel quello si fanno presenti tutti gli altri, è quello che si chiama
realtà storica; la realtà storica è la realtà intera assunta nel regno sociale
della libertà; è la realtà che mostra le sue più ricche virtualità e
possibilità fin dal sottosuolo della realtà storica.[39]
In
relazione a queste affermazioni, Ellacuría parlando di realtà storica e non
semplicemente di storia, non solo perché questa ingloba tutti gli altri tipi di
realtà, ma anche perché ogni altra forma di realtà trova la sua ragione
d’essere nella realtà storica che è la totalità della realtà, la quale si dà
unitariamente nella sua forma qualitativa più alta e nella sua forma specifica
di realtà che è la storia, vede questa realtà come il luogo in cui si dà campo
aperto alle massime virtualità e possibilità del reale,[40]
all’interno delle quali l’uomo può diventare se stesso e costruire lo stesso
potere di realizzare se stesso.
Per
queste ragioni, Ellacuría afferma che la realtà storica è una totalità
qualificata dai suoi elementi o momenti costitutivi, configurata e dinamizzata
a partire dalla prassi e non a partire da una ragione logica, o da qualsiasi
altra entità astratta. Questo vuol dire che «il carattere strutturale della
realtà si presenta a diversi livelli: sempre implica determinate unità o
globalità, però non necessariamente ha il carattere di una sola totalità: la
realtà storica ha, per esempio, strutture economiche, educative, religiose,
giuridiche, ecc. la prassi non si riferisce direttamente solo ad una unica
struttura totale, ma si riferisce a qualche strutturale e attraverso di esso
alla struttura totale».[41]
In quanto «unità inglobante e manifestativa della realtà», la realtà storica è
oggetto della filosofia. Per cui, dato che questa unità non è un idea o un
ideale, ma «è quello che ci è dato e che, mentre si fa, si sta dando a noi come
oggetto della filosofia, se per filosofia si intende quello che si cerca di
dire ciò che è la realtà ultimamente e che è la realtà è una totalità»,[42]
per Ellacuría, colui che «vive ai margini della storia vive al margine della
filosofia».[43] Alla
luce di questa prospettiva è possibile comprendere che cosa intende Ellacuría
per filosofia della liberazione. Questa, «consisterà prima di tutto in una
riflessione sulla prassi storica, perché è giustamente nella storia il luogo
dove si attualizzano le massime possibilità del reale, in concreto la
possibilità di una progressiva liberazione integrale dell’umanità».[44]
La
realtà storica, in questo senso, non essendo la negazione delle pluralità e
delle diversità, per il suo carattere complesso e plurale, è una totalità aperta,
i cui contenuti talitativi e le sue forme non sono fissate anticipatamente, ma
per il suo formale carattere di prassi, dal quale dipendono le opzioni umane e
quelle dei dinamismi che queste opzioni scatenano, si vanno progressivamente
facendo proprio in virtù dell’apertura dinamica della realtà. Questo perché,
per Ellacuría, «la storia è, in principio e per ragione di sé, aperta e
indefinita; potranno mancare le sue basi materiali e con esse ogni possibilità
di sviluppo storico; potrà consumarsi e degradarsi il suo sistema proprio di
possibilità, però di per sé non ha uno sviluppo chiuso né una traiettoria fissa
che la porta alla sua fine né in ogni nazione né nella totalità dell’umanità».[45]
Infatti, poiché si tratta giustamente di una totalizzazione attivata
dall’attività umana, non portando inscritta nel suo seno di essere giunta a un
momento culminante che chiude il processo della realtà o che la riduca ad una
identità semplice e indifferenziata tale da assorbire la sua complessità,
annullando così la pluralità e la specificità delle sue parti costitutive, la
realtà storica è «trasmissione tradente» di possibilità.[46]
In quanto tale, la storia non si predice, ma si produce, si crea a partire
dall’attività umana sulla base del sistema delle possibilità offerte in ogni
situazioni e in ogni momento del processo storico.[47]
Lontana da ogni ipoteca di carattere hegeliano e dei suoi sviluppi, sia a
destra, sia a sinistra,[48]
la realtà storica ed, in e con essa, la prassi, come dinamismo di questa
realtà, non sono riducibili né alla natura né alla ragione, né allo spirito,
neppure a qualche istanza che la fissi aprioristicamente e in maniera
predeterminata verso il fine al quale tendere. Quello che fonda il rischio
costitutivo e permanente del processo storico è giustamente quello che può fare
e creare l’attività umana a partire da una determinata appropriazione delle
possibilità e d’accordo con una determinata capacità. Nonostante queste
molteplici possibilità, per Ellacuría, tuttavia, mai si può stare sicuri se
questa appropriazione sia la più adeguata nei termini di una reale
umanizzazione e personalizzazione.[49]
Per
Ellacuria, dunque, la prassi è ogni azione che conduce a un incremento della
realtà e solamente si dà nell’ambito della realtà storica. Infatti, non essendo
riconducibile solo a un significato esclusivamente politico o economico, «la
prassi si identifica così con il processo storico stesso, in quanto questo
processo è produttivo e trasformativo. La riduzione della prassi a una
determinata produzione di condizioni materiali o a una determinata
trasformazione delle strutture sociali e politiche è arbitraria. C’è una prassi
ludica, ecc. Disconoscerla, significa disconoscere il carattere strutturale
della storia e la pluralità delle forze che operano su di essa. Che una forma
di prassi, per esempio, la prassi politica o la prassi economica, possa avere
maggiore efficacia immediata in qualche tipo di trasformazione della società,
non è prova che la possa avere sempre, né meno ancora, che esaurisca ogni
necessità di trasformazione reale».[50]
In
questo modo, nella visione ellacuríana, la storia è una realtà aperta, la
quale, non ammettendo assoluti di nessun tipo e mettendo in guardia nei
confronti di qualsiasi deviazione di carattere idealista o materialista,
concreta una prassi liberatrice che è una prassi reale sulla realtà. Questo, a
giudizio di Ellacuría deve essere «il criterio ultimo che libera da ogni
possibile mistificazione: la mistificazione di una spiritualizzazione che non
tiene conto della materialità della realtà e la mistificazione di una
materializzazione che tiene poco in conto la sua dimensione trascendentale. La
considerazione unitaria di tutti i dinamismi che intervengono nella storia
mostrano la chiara complessità della prassi storica e i contenuti richiesti
perché sia pienamente prassi storica»[51]
In
questa realtà storica, la prassi umana irriducibile a soggetti o istanze
esterne ad essa e fondata nella zubiriana intelligenza senziente è «l’uomo
intero colui che prende sulle sue spalle di farsi carico della realtà, una
realtà che diviene, che dall’apparizione del primo animale intelligente si
muoveva esclusivamente a colpi di forze fisiche e di stimoli biologici»,[52]
ma che grazie alla costitutiva intelligenza senziente dell’essere dell’uomo non
può essere riducibile a istanze predeterministiche e, in quanto tali, negatrici
della libertà dell’uomo. Da questo punto di vista, per Ellacuría, la prassi è
liberazione creatrice o creazione liberatrice della realtà, in quanto nella
prassi storica si realizza, per liberazione, la creazione del «plus» di realtà
nel livello qualititativo metafisico della realtà storica.[53]
Questa
liberazione consisterà nella possibilità che gli esseri umani si vadano
costruendo in agenti, attori e autori del loro proprio processo storico,
attraverso la creazione di condizioni di ogni tipo nelle quali, per il loro
stesso carattere, diano «più di sé», per potere liberare e spianare tutte le
potenzialità e le capacità del loro potere di realizzazione nella prospettiva
della piena personalizzazione.[54]
In questo senso «il fine» della storia sarà quello nel quale gli uomini liberi
conducono liberamente il processo strutturale.[55]
Infatti,
la liberazione ha, per Ellacuria, un carattere integrale. Essa è una
conseguenza della visione strutturale della realtà umana, per cui «a partire da
una liberazione dalle necessità naturali –la quale non suppone un loro
annullamento ma solo un superamento – e dei principi disumanizzatori dell’uomo,
va alla conquista di una libertà ogni volta maggiore, una libertà per essere
realmente quello che ha da essere. La libertà è una possibilità reale
dell’uomo, che si appoggia nella sua propria struttura di essenza aperta, però
la sua attualizzazione è il risultato di un processo di liberazione».[56]
Senza questo processo di liberazione, il tempo umano e la storia sono
inconcepibili, in quanto non possono essere realmente se stessi e, quindi,
liberi. Infatti, la libertà diviene quella che è proprio per un «processo di
liberazione e in essa permane a causa della dimensione dinamica dei processi
che intervengono nella liberazione. Per la liberazione si consegue un ambito
nuovo in cui è possibile la libertà tanto della biografia personale, quanto
della storia sociale».[57]
Nella
visione ellacuríana, la liberazione, acquista così, non solo un significato
etico e politico, ma anche metafisico-trascendentale. La storia non solo è il
luogo della realizzazione umana, bensì è il luogo pieno della realizzazione
della realtà. In questo senso, poiché nella storia la realtà si va sempre più
realizzando e in questa realizzazione si va rivelando la ricchezza e il potere
della realtà, «la storia è la rivelazione in atto, l’atto stesso della
rivelazione della realtà. Quello che è la realtà noi lo sapremo solo nel suo
farsi nella storia; quello che si rivela è la realtà stessa che si va
realizzando e la realtà così rivelata si converte nella verità della storia. La
storia è così rivelazione e principio di rivelazione».[58]
La
filosofia della liberazione
La
realtà storica, come massima manifestazione della realtà, e nel suo carattere
formale di prassi, si costituisce nell’oggetto e nel punto di partenza della
filosofia della liberazione che Ellacuría intende proporre. Infatti, Ellacuría,
partendo dal fatto che la prassi storica è essa stessa principio di realtà e
principio di verità in grado supremo, in quanto in essa, integralmente
compresa, si dà un summum di realtà e
nella realizzazione del processo storico mostra il suo grado di verità e di
realtà,[59]
propone una filosofia della liberazione che si deve costituire in una filosofia
della prassi storica, cioè, in una filosofia che assume come orizzonte e centro
della sua riflessione filosofica l’attività umana di trasformazione intesa in
tutta la sua complessità e nella «sue molteplici forme tanto per la parte del
tutto che in ogni caso e il suo soggetto più proprio, quanto per il modo di
azione e il risultato che propizia».[60]
Questo è quello che determina giustamente il tratto caratteristico della
filosofia della liberazione che propone Ellacuría dinanzi ad altre forme di
filosofia della liberazione.[61]
Sulla
base delle considerazioni relative alla stretta connessione del potere creativo
dell’uomo con il grado di libertà che va conseguendo dentro il processo
storico, Ellacuría per libertà intende la possibilità che ha l’uomo «di stare
su di sé e di offrire a se stesso le possibilità, che non emergono naturalmente
da esso, ma che deve crearle molte volte e deve appropriarsele sempre».[62]
In questo senso la libertà è l’autoderminazione di quello che vuole e di quello
che vuole fare in ragione di quello che vuole essere, quali siano gli stimoli e
le tendenze che accompagnao questo volere. In questo senso, «la libertà è,
pertanto, “libertà” “dalla” natura, però “in” e “dalla” natura” come struttura
dinamica e, soprattutto, libertà “per” essere quello che si vuole essere».[63]
Sotto questo profilo, per
Ellacuría, la libertà è una possibilità reale dell’uomo, che si fonda nella sua
propria struttura di essenza aperta, la cui attualizzazione, però, è il
risultato di un processo di liberazione.[64]
Infatti, questo processo, supponendo la liberazione dalle necessità di base,
senza la quale non si può parlare di vita umana, configura la libertà come «una
“liberazione” di nuove strutture e comportamenti: è una liberazione “da” quel
possiede, che ha la specie inferiore per continuare a vivere, data la sua nuova
condizione trasformata, però è una liberazione “per” – non in senso
finalistico, ma in senso puramente riuscito – nella quale rimane stabilizzata
la nota (struttura o comportamento) in questione».[65]
La
liberazione, tuttavia, per Ellacuría, non si dà unicamente nell’ambito
dell’evoluzione delle specie. Dato che rappresenta un processo di espansione
delle possibilità e delle capacità, è un processo che si dà nelle distinte
forme di realtà. Infatti, in un secondo momento la liberazione si da nel
sorgere della storia a partire dalla natura. L’essere umano conserva, nella sua
struttura dinamica, molte delle note degli altri animali. A partire da questa
struttura dinamica del biologico emergono nuove forme di realtà, quali ad
esempio la nascita delle società, che sono il risultato della storia nelle
quali la liberazione dalla natura non è una separazione da essa, ma una
liberazione progressiva dagli elementi naturali necessitanti nell’apertura di
nuove e molteplici possibilità esistentive. In quest’ottica non è concepibile
l’uomo senza il suo corpo, la società senza la specie, la storia senza la
natura.
Pertanto,
poiché la prassi storica produce nuove e maggiori forme di realtà e l’umanità
in essa acquisisce maggiori poteri e capacità lungo lo svolgersi della storia,
come prodotto della sua prassi, Ellacuría precisa che la prassi che rende
possibile un processo di liberazione nella storia deve essere la prassi
liberatrice dai condizionamenti naturali necessitanti che legano l’uomo ad una
co-determinatezza statica di assoluta precarietà esistenziale, dalle ideologie
e dalle istituzioni giuridico-polithce che «intimoriscono e terrorizzano l’uomo
[…] e che sostengono gli individui e i popoli in movimento più per il timore
del castigo o del terrore di essere sottomessi che per l’offerta di ideali e
convinzioni umane».[66] Solo così la liberazione può essere tanto
personale quanto collettiva da ogni tipo di dipendenza che impedisce una
autodeterminazione piena e offre all’uomo la possibilità di essere realmente se
stesso che, al di là di ogni forma idolatrica della stessa libertà, lo rende
soggetto pieno di liberazione in quel processo storico di liberazione nel quale
il personale è, fondamentalmente, un processo di conversione e nel quale lo
storico è un processo di trasformazione.
La
liberazione è ciò che compete al dinamismo della realtà nella sua concreta
configurazione cosmica, e che per la liberazione vanno emergendo nuove forme di
realtà: le forme inferiori liberano forme superiori. Si tratta di uno stretto
processo di liberazione perché in ognuno dei suoi passaggi «appare quello che
non si riduce all’anteriore né rimane confinato nei limiti funzionali delle
strutture che lo precedono. Ogni struttura anteriore non è solo quello che è,
ma che nel suo interno dinamismo crea un ambito che le supera e, in questo
senso, libera nuove forme di realtà».[67]
Al culmine del processo appare la libertà, che rende possibile lo staccarsi della storia, la quale, a sua
volta, essendo liberata dalla natura rende possibile l’apparizione di nuove
forme di realtà attraverso la progressiva liberazione integrale dell’umanità.
In questa prospettiva la storia si presenta «come il regno della libertà in un processo
di liberazione».[68]
Questo
vuol dire che la liberazione nell’ambito storico implica il liberare l’essere
umano da ciò che mantiene oppresse le sue potenzialità e che, a sua volta,
impedisce di essere attore ed autore del proprio «destino», mediante la
creazione delle condizioni nelle quali, per il suo carattere, si esige che gli
uomini si danno più di sé, liberano tutte le loro potenzialità. Tuttavia, dato
che tanto la libertà personale, quanto la libertà storica «sono solo tali
effettivamente quando si “può” essere e fare quello che si vuole – si deve o è
permesso – essere e fare»,[69]
né nel personale né nello storico si può parlare di libertà se non si danno le
condizioni materiali e obiettive di per essa.[70]
Infatti, se non si danno le condizioni reali per esercitare la libertà si crea
una situazione di dominazione e di oppressione, per cui vale poco che «si
proclamino libertà e diritti individuali e sociali».[71]
Specificamente, per Ellacuría, che vive nel contesto latinoamericano, nel quale
vi sono una serie di strutture di potere politico, economico e sociale,
storicamente determinate, che impediscono che quei popoli siano protagonisti e
creatori della propria storia, la liberazione non è, dunque, un qualcosa di
astratto ma un compito storico-sociale situato in un contesto concreto, parte
di una struttura sociale, di un conteso reale nel quale prendono parte forze
sociali concrete. E’ una liberazione che chiede la condivisione ed il
contributo di tutti affinché ogni latinoamericano possa appropriarsi di maggiori
«possibilità possibilitanti». E’ questo il motivo secondo cui, per
Ellacuría, la liberazione deve
primariamente essere «un compito storico e, dentro la storia, un compito
socio-economico»,[72]
in quanto la liberazione dalle strutture ingiuste e la creazione di nuove
strutture, realizzatrici della dignità e della libertà, si costituiscono nel
cammino essenziale della libertà, «della libertà degli individui dentro il loro
contesto nazionale e della libertà dei popoli dentro il loro contesto internazionale».[73]
All’interno
di questo processo, per Ellacuría, le costituzioni democratiche possono
proclamare ogni sorta di libertà formale, ma di esse si possono approvare
quelle che offrono le condizioni reali per farle realmente. Ecco perché,
secondo Ellacuría, «una lotta autentica per la libertà esige la trasformazione
(rivoluzionaria o no) di quelle condizioni reali che impediscono o rendono
difficoltosa al massimo la libertà socio-politica o economica della maggior
parte dei popoli».[74]
Alla luce di queste considerazioni, Ellacuría afferma che i principi generali
che possono determinare l’azione umana quali l’amore, la giustizia, la libertà,
devono concretarsi come processi storici, perché così potranno essere reali, se
si realizzano a partire dalle condizioni reali; affermare che si vuole la
libertà, l’amore, ecc, è una mistificazione, un inganno per quell’uomo che non
sa realmente quello che realmente deve sapere per essere, se non si pongono le
condizioni reali e storiche per la sua realizzazione effettiva.[75]
Tutto
questo non significa che c’è solo una libertà individuale o solamente una
libertà collettiva, bensì indica che ogni forma di liberazione è a sua volta
individuale, sociale e storica e supera l’impostazione di una pura
liberalizzazione individualista, che «solo acquista il suo senso reale quando è
assicurato quello che deve essere il suo fondamento, la liberazione».[76]
Pertanto, evitando sia le derive individualiste, si quelle collettiviste del
senso della libertà, Ellacuría afferma che la libertà deve volgersi nella sua
storicizzazione verso la maggior parte degli uomini e dei popoli oppressi. E’,
infatti, l’umanità quella che deve essere libera, come soggetto della storia, e
non alcuni privilegiati dell’umanità, siano essi individui, classi sociali o
nazioni. A tal proposito, Ellacuría
propone una nuova civilizzazione, un progetto globale che sia universalizzabile
e che offra le possibilità di sopravvivenza e di umanizzazione per tutti.
Questa, però, deve essere una universalizzazione, che deve farsi nella
prospettiva della maggior parte degli uomini e dei popoli oppressi e non nella
prospettiva delle minoranze privilegiate. Si tratta di invertire, a giudizio di
Ellacuría, l’orientamento principale che configura la civiltà occidentale,
provocare cioè l’inizio di un nuovo ordine storico, che non richiede un ritorno
totale del passato ma un cominciarne uno nuovo, nella costruzione di una nuova
totalità storica, perché il vecchio, in quanto totalità, non è accettabile, né
lo è il dinamismo principale che lo spinge. Questo progetto di un nuovo ordine
storico mondiale, per Ellacuría, consiste nella affermazione utopica di una
«civiltà della povertà», intesa come la negazione superatrice della civiltà del
capitale o della ricchezza e delle sue dinamiche fondamentali.[77]
La funzione
liberatrice della filosofia
All’interno
di questo contesto riflessivo generale e sulla base delle indicazioni
provenienti dallo sviluppo del suo pensiero, Ellacuría individua quale deve
essere l’apporto che la filosofia deve dare al processo di liberazione,
specialmente nel provocare e far sorgere una coscienza collettiva
trasformatrice protesa alla creazione di nuovi modelli economici, politici e
culturali che rendono possibile la «civiltà della povertà». A tal proposito,
Ellacuria afferma che una condizione indispensabile affinché la filosofia
«possa esercitare tutta la sua capacità liberatrice e perché essa stessa si
potenzi come filosofia» è quella di «recuperare coscientemente e
riflessivamente il suo ruolo di momento teorico adeguato per una prassi storica
adeguata».[78] La
filosofia, cioè, deve recuperare riflessivamente ed esplicitamente il suo
momento teoretico nella concretezza della situazione storica, facendo di essa
il punto essenziale della sua prospettiva e del suo orizzonte, il luogo delle
opzioni e del suo compito tanto critico quanto creatore del suo metodo, dei
suoi temi, delle sue categorie e delle sue finalità.[79]
Infatti, per Ellacuría, la filosofia in se stessa, per la sua doppia capacità
critica e creativa, può essere un poderoso fattore di liberazione, in quanto
l’esercizio del filosofare è quello di essere esso stesso liberatore,
soprattutto per la sua capacità di de-ideologizzare, perché radicato nella
applicazione sistematica del dubbio e della negazione di fronte al già dato, al
già acquisito, e potenziato dalla ricerca permanente dei fondamenti ultimi del
reale.[80]
Questo non implica una riduzione dell’esigenza di rigorosità critica
dell’attività filosofica, ma, al contrario, richiede una esigente e laboriosa
attività intellettuale. A tal proposito Ellacuría fa notare che storicamente le
grandi filosofie, dai presocratici alla filosofia contemporanea, hanno
realizzato in un modo o in un altro una funzione liberatrice mediante
l’esercizio dei due momenti –critico e creatore – che si concretavano
unitariamente nella riflessione filosofica.[81]
Questo non vuol dire che la riflessione filosofica deve realizzare un qualche
tipo di esercizio intellettuale che si distacca dalla tradizione filosofica
nella sua caratterizzazione di radicalità problematica e sistematica, bensì
vuol significare che, proprio per il carattere metafisico della realtà storica,
la filosofia deve intendersi come un momento di una prassi storica globale di
fronte alla quale ha una relativa autonomia ma che all’interno della quale deve
contribuire allo sviluppo di tutte quelle potenzialità di cui la realtà
storica, in quanto struttura dinamica aperta, è caratterizzata.[82]
Infatti, «la funzione liberatrice della filosofia, la quale implica la
liberazione della propria filosofia da ogni contributo di carattere ideologico
e, allo stesso tempo, la liberazione di quelli che stanno sottomessi alla
dominazione, si può sviluppare solo se tiene in conto e partecipa a suo modo
nella prassi storica della liberazione. Separata da questa prassi è difficile
che la filosofia si costituisca come tale, ma è difficile dunque che si
costituisca come liberatrice ed è più difficile che contribuisca realmente alla
liberazione».[83]
L’attività
conoscitiva ha così un immediato riferimento alla prassi nella quale essa ha un
precisa dimensione sociale, come moneto di una totalità storica socialmente
condizionata da specifici interessi e forze sociali.[84]
Questo vuol dire che la filosofia deve compromettersi non solo per contribuire
attivamente o passivamente a qualche prassi di dominazione, ma deve
positivamente collocarsi nella concretezza della realtà storica per fare il più
possibile per la liberazione dell’uomo attraverso una riflessione elaborata in
modo rigoroso e creativo. Per queste ragioni, Ellacuría afferma che la funzione
liberatrice della filosofia «è sempre un lavoro concreto tanto per quello che
si riferisce a ciò da quale uno deve liberarsi quanto al modo di giungere alla
liberazione e alla realizzazione della realtà storica che si può proporre in
ogni situazione. La filosofia deve impegnarsi sempre in una funzione
liberatrice, però il modo di impegnarsi è distinto e questo fa sì che vi siano
filosofie distinte con una propria universalità. Non c’è una funzione
liberatrice astratta e astorica della filosofia; c’è, pertanto, quella che
determina previamente il “ciò” della liberazione, il modo della liberazione il
dove della liberazione; il passaggio dal previamente al definitivamente, il
passaggio dalla anticipazione alla realizzazione darà come risultato una
filosofia originale e liberatrice, se realmente si è posto in essere il senso
adeguato del processo liberatore».[85]
Da questo punto di vista, tanto la filosofia, quanto il filosofo si situano nel
luogo storico che meglio permette l’intelligibilità della realtà e il
contributo alla prassi di liberazione.[86]
Poiché la filosofia non può realizzarsi pienamente se non si intende come un
momento di una prassi storica globale, e la sua funzione liberatrice si può
realizzare integralmente solo se in un contesto storico di oppressione e di
disumanizzazione il pensare filosofico si pone riflessivamente ed
esplicitamente a favore di una prassi liberatrice, la filosofia della
liberazione è sia un momento teorico specifico della prassi storica, sia una
posizione creatrice che ingloba un progetto storico di liberazione dell’uomo
nella sua umanità più profonda.
Questa
prassi storica di liberazione può essere di diversa indole e acquisire diverse
caratteristiche, modalità, obiettivi e mete, secondo il momento processuale
della realtà storica e in accordo con la natura dei processi oppressivi che
predominano in ogni regione, in ogni popolo o al livello globale dell’umanità,
che non necessariamente sono di carattere economico o politico, ma che possono
essere anche di carattere etnico, religioso, ecologico, tecnologico, ecc. In
conseguenza di ciò, dato che per Ellacuría la funzione liberatrice della
filosofia è sempre un compito concreto e il modo di impostarla e svilupparla è
distinto in ogni situazione storica, il progetto di filosofia di liberazione
che viene proposto non pretende di essere un progetto unicamente valido per la
realtà latinoamericana, bensì si offre come proposta valida per sviluppare una
filosofia liberatrice per la vita in altre regioni del pianeta. E questo,
proprio in ragione della tesi della storicità della filosofia come momento
della prassi storica e della possibilità
e necessità di assumere la liberazione
nella propria realtà storica, in stretta connessione con le proprie peculiarità
e problematiche. Quindi, non si ha una sola filosofia della liberazione, ma se
ne possono avere tante quante sono le diverse situazioni e le distinte epoche
che si possono configurare nel processo storico. In ogni caso si tratta di
riflettere filosoficamente, di fare filosofia nel suo livello formale nella
propria realtà storica, cercando di introdurre in questa riflessione i gravi
problemi che riguardano la maggioranza degli uomini.
Nella
sua fedeltà alle questioni fondamentali dell’essere umano compreso nello
sviluppo della struttura dinamica della realtà storica, il filosofo, coerente
con la propria vocazione filosofica e a se stesso, essendo costantemente
impegnato nella rigorosità e nella profondità della teoreticità del suo
filosofare, può vivere la distanza critica di fronte a qualsiasi forma di
potere e di prassi, e sperimentare la sua compromissione vitale, esistenziale,
con la ricerca della verità e la sua realizzazione pratica nella propria realtà
storica.[87]
Filosofare, in questo senso, significa confrontarsi con le cose reali secondo
una triplice dimensione: «il farsi carico
della realtà, il quale suppone uno stare nella realtà delle cose – e non
meramente davanti l’idea delle cose o nel senso di esse – uno stare “reale”
nella realtà delle cose, che nel suo carattere attivo di stare è tutto il
contrario di uno stare reificato e inerte e implica uno stare tra esse
attraverso delle mediazioni materiali e attive; il caricare con la realtà, espressione che segnala il fondamentale
carattere etico dell’intelligenza, che non è data all’uomo per evadere dalla
sua compromissione con il reale, ma per caricare sopra di se realmente quelle
che sono le cose reali; il caricarsi
della realtà, espressione che segnala il carattere prassico
dell’intelligenza, che solo compie quello che è, incluso il suo carattere
conoscitivo e comprensivo della realtà, quando prende a suo carico un fare
reale».[88]
* Docente di Storia della Filosofia, di Filosofia dell’Educazione e di Teologia nella sede didattica decentrata di Caltanissetta della Facoltà di Scienze della Formazione della Libera Università Maria SS. Assunta (LUMSA) di Roma e di Teologia nella Pontifica Facoltà Teologica di Sicilia di Palermo.
[1] Ignacio Ellacuría è nato nel 1930 a Portugalete, Vizcay, in Spagna. Entrato nella Compagnia di Gesù, è stato inviato in El Salvador nel 1949. Licenziato in lettere e filosofia presso l’Università Cattolica di Quito, in Equador, in teologia presso l’Università di Insbruck, in Austria, e dottore in filosofia presso l’Università di Madrid è stato Rettore dell’Università centroamericana di San Salvador. Discepolo di X. Zubiri e collaboratore stretto di mons. Romero, è stato ucciso a San Salvador il 16 novembre 1989.
[2] Della produzione filosofica di Ellacuría prima della pubblicazione di Filosofia della realtà storica si conosceva solo «una quantità relativamente poca di articoli, pubblicati occasionalmente da Ellacuría, la maggior parte di essi dedicati principalmente ad esporre e a spiegare il pensiero di Zubiri. Questo provocava l’impressione che non aveva realmente un corpus filosofico coerente e originale, ma una serie di lavori occasionali, più o meno originali e fondamentalmente dedicati a divulgare la filosofia zubiriana». H. Samour, Voluntad de liberación. Genesis y constitución del proyecto de filosofía de liberación de Ignacio Ellacuría, Università Centroamericana (UCA), San Salvador 2000, 4/22, http://www.uca.edu.sv/facultad/chn/c1170/hsvoluntadliberacion1.html
[3] I. Ellacuría, Filosofia de la Realidad Histórica, Università centroamericana (UCA), San Salvatore 1990. In questo lavoro, redatto da Ellacuría nel 1976, che rivela la coerenza e la sistematicità del suo pensiero filosofico, Ellacuría «assume e utilizza positivamente le tesi epistemologiche, antropologiche e metafisiche della filosofia zubiriana nella prospettiva di fondare teoreticamente il concetto di prassi storica, in relazione all’obiettivo politico di pensare e illuminare una adeguata prassi storica di liberazione nel contesto latinoamericano alternativa ad altre forme di prassi politica, che si erano sviluppate nel Continente, in cui era predominante l’ispirazione del marxismo, ma che agli occhi di Ellacuría risultavano parziali e insufficienti». H. Samour, Voluntad de liberación. Genesis y constitución del proyecto de filosofía de liberación de Ignacio Ellacuría, cit., 4/22.
[4] «Al testo fondamentale sulla realtà storica si aggiunsero posteriormente una grande quantità di scritti e corsi filosofici inediti che si incontrano negli archivi personali di Ellacuría, i quali a loro volta confermavano il suo ingente sforzo filosofico e proponevano nuovi elementi per ottenere una migliore e più adeguata interpretazione del suo pensiero filosofico e della genesi del suo progetto filosofico di liberazione». H. Samour, Voluntad de liberación. Genesis y constitución del proyecto de filosofía de liberación de Ignacio Ellacuría, cit., 5/22,
[5] E’ possibile riscontrare, analizzando tutta la sua produzione filosofica, teologica e politica, che per Ellacuría il tema della storia è centrale nell’articolazione della sua riflessione. Specialmente in ambito teologico, la storia ha una notevole rilevanza per lo sviluppo della teologia della liberazione in quanto permette di superare la concezione progressiva, di stampo illuministico, della storia che frequentemente è stata adottata dalla teologia contemporanea. Dinanzi alla teologia europea, la teologia della liberazione di Ellacuría cerca di rivedere il concetto illuminista della storia specificando che questa è in realtà un dinamismo aperto nel quale la responsabilità ricade primariamente nell’attività umana. Cfr. I. Ellacuría, La storicità della salvezza cristiana, in Mysterium Liberationis. I concetti fondamentali della teologia della liberazione, a cura di Ignacio Ellacuría – Jon Sobrino, Bolra-Cittadella, Roma-Assisi 1992, pp. 285-323.
[6] R. Valdés, La evolución del pensamiento filosófico de Ignacio Ellacuría, «Estudios Centroamericanos» (ECA), 577-578, pp. 1029-1047.
[7] H. Samour, Voluntad de liberación. Genesis y constitución del proyecto de filosofía de liberación de Ignacio Ellacuría, cit., 18/22, Questo discorso apre un campo di ricerca relativo ai rapporti tra filosofia e teologia in Ignacio Ellacuría che in questa sede non verrà affrontata. Canán a tal proposito offre un interessante spunto interpretativo quando afferma che «Ellacuría non è stato un filosofo criptotrologo né un teologo criptofilosofico. Fu un autentico filosofo e un autentico teologo in una attività intellettuale profondamente consistente con una esistenza etica dedicata alla liberazione. [...]. Certamente la sua produzione teologica supera di molto la sua produzione filosofica. Per ragioni pratiche, credeva che in America Latina era più urgente la teologia che la filosofia, perché era più efficace per una prassi di liberazione; e per questo una buona parte della sua produzione più creativa e originale è stata dedicata alla produzione teologica». Ibidem, 18/22, n. 19. Cfr. anche R. Cardenal, Ser jesuita hoy en El Salvador, «Estudios Centroamericanos» (ECA), 493-494, 1989, p. 1015.
[8] Héctor Samour, a tal proposito, facendo notare che gli sforzi filosofici di Ellacuría, durante gli anni settanta e ottanta, sono orientati prioritariamente alla fondazione filosofica della teologia della liberazione e non alla elaborazione di una filosofia della liberazione, ribadisce che risale intorno alla metà degli anni ottanta l’espressa formulazione di una filosofia della liberazione a partire dalla filosofia della realtà storica con la pubblicazione dell’articolo Función liberadora de la filosofia, «Estudios Centroamericanos» (ECA) 435-436, 1985. Per un approfondimento della relazione tra filosofia della realtà storica e teologia della liberazione Cfr. I. Ellacuría, Teologia politica, Segretariato social interdiocesano, San Salvator 1973; Id., Hacia una fundamentación filosofica del método teológico latinoamericano, «Estudios Centroamericano» (ECA), 322-323, 1975; Id., Historicitdad de la salvación cristiana, «Revista Latinoamericana de Teologia», 1, 1984; Id., Historia de la Salvación, «Revista Latinoamericana de Teologia», 28, 1993, Id., El desafio cristiano de la teologia de la liberación, «Cartas a las Iglesias», 263-265, 1992.
[9] Cfr. R. Alvarado, De la liberación de la filosofia a la filosofia de la liberación, in Aa.Vv., Voluntad de Arraigo, Seminario Zubiri-Ellacuría, Managua 1994, pp. 13-38.